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Ice

Graffio

«La pittura può anche sparire purché resti l’arte», scrive Bruno Munari sull’Almanacco Letterario Bompiani nel 1961. Munari non è mai stato un pittore nel senso più tradizionale. Lo è sempre stato a modo suo, attraverso metodologie ed approcci inusuali, innovativi, aperti alla tecnologia e alle novità.

La ricerca di Bruno Munari nasce dall’esplorazione delle possibilità offerte dal filtro Polaroid. Il film, prodotto dall’azienda americana, è costituito da lamine gelatinose trasparenti colorate che hanno la caratteristica di filtrare alcune componenti dello spettro luminoso in base al grado di incidenza della luce. Munari studiò dunque a fondo questo materiale per identificare le sue proprietà e caratteristiche e capire come tale prodotto industriale poteva essere impiegato nella comunicazione visiva e, ovviamente, con quali risultati estetici.

Come è stato sottolineato dal poeta e critico d’arte Carlo Belloli - «è difficile che un oggetto o una sua immagine stiano fermi a lungo: tutto si muove, o per l’aria, o per l’effetto ottico, o per altri possibili stimoli» -. Il linguaggio delle cromie ha come dominio di definizione la tripla dimensione colore-spazio-tempo. Il risultato finale è la riproposizione di una pittura cromo-cinetica, teorizzata fin dagli anni ’20 da esponenti della scuola della Bauhaus e trova ora una raffinata reinterpretazione, che abolisce il modo statico in cui tante opere d'arte vengono rappresentate e fruite e propone allo spettatore la visone di una materia che prende corpo nello spazio e che rende visibile una forma d'arte, fino ad ora sconosciuta.

Nicoletta Tangaro